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Senza parole - prologo

  • Immagine del redattore: Alberto Eugenio Liboni
    Alberto Eugenio Liboni
  • 4 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Ormai sono mesi che penso di essere diventato scemo.



Ne sono quasi convinto.


Il mio terapista dice che non è vero, che è tutta una mia sovrastruttura mentale, il che, indirettamente e con estrema professionalità, non fa altro che confermare la mia tesi: sono diventato demente, e non so come guarire.


Spesso mi ritrovo a fare foto ai fiori, ai dettagli delle panchine, agli uccelli; sto in silenzio, non dico la mia neanche se è giusto alzare la voce. Preferisco restarmene a giocare coi puzzle online, di animali e paesaggi invernali – il bianco della neve rende gli incastri estremamente difficili. Oramai sono un passivo, non riesco ad attivarmi, a ritagliarmi nel mondo una parte che mi somigli; non posso decifrare, capire, agguantare quei contorni bianchi tutti uguali.


Questa nuova sensazione – quella della scemenza – è cominciata in un momento preciso, quando un giorno ho mangiato una scatoletta di tonno. Era l’unica cosa che avevo in frigo. No, mi correggo: era rimasto anche un ultimo spruzzo di maionese dentro il flaconcino, con il quale poi ho condito il tonno direttamente nella latta. Sapevo di star sbagliando dal primo boccone, che sapeva di vomito e botulino. Ho insistito. L’ho finito; con il dito ho ripulito ben bene il fondo della scatoletta. Ho messo una serie alla televisione – era  una porcata coreana sull’onore – e mi sono prontamente appisolato. 


Da quel momento – da quando mi sono svegliato bavoso e rintontito dall’albicocco post tonno avariato – tutto ha come una patina opaca; ho preso a camminare con un passo felpato e distratto; blatero, ascolto in silenzio e balbetto. Assaggio o trangugio. Sopraggiungo. Non mi importa delle cose, e anche se mi importasse sarei costretto a cedere all’evidenza schiacciante della mia inferiorità. So di non sapere troppo: sorvolo sulle discussioni, profilo parola solo se interpellato e malauguratamente quando mi tocca, non definisco i contorni dei miei argomenti, spennellando ad acquarello temi e pensieri. Indugio, mi lascio evaporare. Anche scrivendo queste poche righe sento di essere dalla parte del torto: non dovrei assolutamente proferire parola; sento, diciamo così, che lo scrivere non è proprio cosa che un demente fa o dovrebbe fare. 


Ho scoperto che la demenza sblocca una serie di libertà – condizione drasticamente sopravvalutata negli ultimi anni. Posso dire cosa voglio, pensare il peggio, essere un criticone e fare in modo che niente mi piaccia davvero: premettendo di essere scemo, la colpa della mediocrità di qualsiasi altra cosa non può che essere mia: non ci arrivo. Essere scemo – consapevolmente rimbambito, lucidamente demente – è uno stato di grazia, è come diventare trasparente, acqua tra le dita. È una libertà sottile, non mi devo più sforzare di aver ragione; tutto scivola, anche la colpa del non sapere.


A mio discapito, poi, si sbloccano anche alcune preoccupazioni. Ho perso memoria – non sono e non sarò storia. Non ricordo il passato, né tantomeno i progetti che avevo per il futuro. Sono un inutile pezzetto di carne senza materia prima; un burattino smidollato. Un inerme; un verme. 

Eppure, in questa mancanza di senso e di progetto di vita, c’è una sorta di spazio liminale da rivalutare e riconsiderare. Se non ho più memoria, se non so più chi sono e chi dovrei essere, posso forse imparare tutto da capo: le parole, i gesti, le immagini e i sogni. Posso tornare bambino, guardare con una prospettiva nuova e infantile. Forse la scemenza non è la fine, ma solo uno punto di partenza? 


Quindi? Che si fa quando si è così? Cosa fanno gli scemi? Ho cercato online, niente. Mi è stato detto di informarmi con le nuove intelligenze artificiali e ho pensato fosse una buona idea avendo perso la mia.  


“Davvero interessante! Se è una domanda giocosa [ma in che senso} e non offensiva verso nessuno in particolare [vabbé], posso risponderti allo stesso modo: 

gli scemi, nelle storielle e nell’immaginario popolare, fanno tre cose tipiche: uno, sbagliano con sicurezza – fanno tutto al contrario, ma sono convinti di essere degli esperti; due, prendono tutto alla lettera – se gli dici “mettiti comodo”, si sdraiano sul tavolo; tre, creano caos involontariamente – cercano di aiutare e finiscono per peggiorare la situazione, ma con un cuore enorme.”


Accidenti! Ecco, ci sono rimasto di stucco: pensa un po’ che cosa significa essere davvero intelligenti, anche se artificiali: capire, ad esempio, che cosa è davvero la scemenza. In quella frase mi sono proprio riconosciuto. Forse essere scemo significa questo: prendere tutto alla lettera – la bellezza, la fame, il desiderio, la parola – fraintendendo il mondo, riducendolo a un caos senza riuscire a tradurlo. Forse la saggezza, invece, è essere capaci di tradurre bene le cose, di smussarle e interpretarle, limarne il senso finché sono comprensibili, e quindi non fanno più male. 


Sono diventato scemo perché non so tradurre il mondo?


Ho spento lo schermo: tutto quel pensare mi aveva fatto venire fame. Nel frigo, una scatoletta di tonno. Dovevo uscire a compare qualcosa, e forse era meglio così: la verità non potevo trovarla in uno schermo, rinchiuso in casa. 

Avevo bisogno di aria. 


Sono andato in piazza – dove si dice che stanno i vecchi e gli scemi, specialmente d’estate –; ho comprato un gelato. 

“Se hai tempo e soldi da buttare, viaggia!” Mi ha risposto uno sdentato – non mi era chiaro se fosse vecchio o solo scemo.

“Viaggiare, e dove?” Ho risposto, leccandomi via il gelato colato dalle dita. 

“Ma che ne so io… Manco ti conosco, vattene un po’!”


Me ne sono andato – il caldo era insopportabile. 


Ho pensato a lungo a quella frase, per quanto uno scemo possa pensare –  “Vattene un po’!”

Non mi è proprio parso un consiglio, né tanto meno un insulto: era un’esortazione, un’esplosione di vita, un invito a muovermi? C'è un tramonto qualsiasi fuori dalla finestra.



Certo, aveva ragione lui – chiunque fosse quel vecchio scemo. 


Dovevo guarire, no? Era una condizione, la demenza, dalla quale dovevo sfuggire, e di certo non ci sarei riuscito restando fermo di fronte a uno schermo intelligente, né fissando il frigorifero vuoto, né tantomeno cercando di tradurre l’indicibile. 

Devo andare, perdermi altrove, viaggiare dove le parole erano ancora lettere da prendere alla lettera – quello, lo avevo deciso, lo sapevo far bene. Così mi sarebbe passata la “scemaggine”, no?


Non parto, quindi, per visitare, o per capire: parto per sentire come suonano le cose quando ancora non hanno un significato; quando non hanno nome. Perché, se non possono essere capite – o tradotte –, allora io, di fronte a esse, non posso mica essere scemo.


[stratagemma narrativo per postare un po' di foto e riflettere sulle parole intraducibili sulle quali sono inciampato xx]


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