한 — Han
- Alberto Eugenio Liboni

- 16 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Potremmo proprio dire che la parola han ha un significato così arzigogolato e sdrucciolevole che mi viene quasi il capogiro a pensarci – se mi avete letto, sicuramente ricorderete anche che sono diventato scemo. Ecco, invece di star qua a voler cogliere tutte le sfumature di quella questione – l’etimologia, la storia, la sdruccievologia e quant’altro –, potremmo dire che han si può tradurre proprio come “foglia rossa”.

Mi direte – o almeno chi conosce quei simboli strani coreani, mi dirà –: ma sei scemo?, non è vero!, ha proprio un altro significato!, tu sei scemo di testa, maleducato, squinternato… Vi vedo, poliziotti delle lingue orientali. Fatevi avanti, tanto a me non importa proprio. Io so di sapere di poter sapere le faccende a modo mio, come le voglio sapere io.
Infatti, han significa foglia rossa proprio perché assomiglia a quel momento esatto in cui una foglia banale – verde, diciamo – prima di staccarsi e cedere alla gravità, decide di cambiare colore – decide deliberatamente di fare cosa?, diventare rossa.
Ditemi voi se vi sembra possibile…

Non cade subito: resta. Sbrilluccica un po’, si accende. Come se il dolore, prima di consumarsi, avesse bisogno di manifestarsi, di diventare visibile – di dire: ci sono, esisto.
han è una fine rossa, fatta presenza, resa bellissima.
È una ferita – quella che sopraggiunge quando la fine è vicina – che ha imparato a stare al mondo, che non chiede risarcimenti: si limita a esistere, con una dignità silenziosa, come fanno gli alberi d’autunno.

Le foglie non diventano rosse per morire meglio, gloriose e tangibili. Diventano rosse per resistere. Per sopravvivere. Per restare ancora un attimo. Per dire: adesso mi guardi eh, non sono più invisibile.
Così fa l’han: non sgretola la perdita, non la supera, non la risolve. La rende abitabile, trasforma l’inevitabile in una condizione di grazia sempiterna.
Con quel gesto all’apparenza scientificamente assurdo, biologicamente inutile, la foglia rossa riesce a dare spessore all’intero concetto di autunno. Non è più una stagione decadente di interruzione e fine, ma diventa un racconto rallentato, un tempo in cui le cose, prima di sparire, si concedono un’ultimo sfizio di eleganza.
L’han coreano – parola intraducibilissima – sta tutto lì: in quella bellezza che non è salvazione, ma accompagnamento. In quel rosso che non è atto di ribellione, ma tentativo di memoria. In quella trasformazione – e poi caduta – che non è uno schianto, bensì un gesto imparato lentamente, giorno dopo giorno, rosso dopo rosso.
Va bene va’…


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